CASTELLO TESINO

Posto su un rialzo strategico è il crocevia obbligatorio delle vie di attraversamento, l'altopiano ha avuto un fondamentale ruolo di mediazione fra le aree alpine, il fondovalle e la pianura. per millenn, nella preistoria, il territorio tesino, lo raggiunsero o lo attraversarono gruppi nomadi del tardo paleolitico e delmesolitico (10000 a.C./6000 a.C.). Spinti dalle altre praterie delle alpi feltrine e del Lagorai, da un'economia di caccia, pesca e di raccolta.

Un altro fenomeno rilevante nella storia del Tesino è quello dei "perteganti". La loro attività costituisce un momento unico e irripetibile che ha portato un piccolo popolo, con il suo coraggio e la sua curiosità, sulle vie di tutto il mondo. Inizialmente questi commerciavano con pietre focaie prodotte in loco dalla famiglia Gallo. Questo fenomeno portò gli uomini a varcare la forcelletta e percorrere le strade d'Europa, successivamente  l'incontro con i "remonnini", di Bassano, diede un'impronta nuova alla loro storia. Questi ultimi affidavano stampe ed iconografie sacre ai tesini, che, organizzatiappena adolescenti al seguito di un adulto della valle, eranano in grado di garantire la capillare diffusione di quanto loro affidato. Fu proprio questa attività che gli avrebbe contraddistinti e fati conoscere nel mondo come "venditori di stampe".

Castello Tesino

L'ULTIMO ORSO DEL TESINO

Un orso vagava da tempo sull'Alpe Pront lungo le pendici settentrionali di Cima d'Asta, sulla fine di ottobre 1840 si ebbe a Caoria la notizia che s'era spostato, avvicinandosi verso Val Regana. Tre cacciatori provetti vollero dargli la caccia: e il giorno del 28 ottobre, Francesco Loss, detto "Tabarro", Francesco Loss, detto "Vincenzot" e Lorenzo Boso mossewro alla ricerca del vagabondo plantigrado. Dopo due ore di indagini, esso si presentò al "Tabarro" che con due archibugiate lo ferì alla spalla destra. Ma l'animale fuggì, lasciando tracce di sangue sulla neve fresca. I cacciatori temevano che la preda sfuggisse, poichè la neve cominciava di nuovo a cadere e ne cancellava le tracce, e decisero perciò di seguirlo. Il Boso, che aveva preceduto i compagni, vide l'orso davanti a poca distanza: imbracciò il fucile e fece fuoco, colpendolo di nuovo alla spalla destra, ma l'orso gli addentò una gamba. Il Boso lo colpì ripetutamente; poi avvinghiati rotolarono assieme per l'erta. Chiamò allora ina iuto i compagni; sparò il "Vincenzot", metre il "Tabarro" riuscì a colpirlo sotto la spalla. La belva inferocita si slanciò contro il "Vincenzot" addentandolo ad una gamba e poi nelle cosce. Il Boso ingaggiò con lui una lotta feroce tempestandolo di colpi sulla testa e sulla nuca col fucile che saltò in pezzi. La bestia abbandonò il "Vincenzot" ed assalì il Boso che però finalmente riuscì a finirla. Assistiti da certo Bortolo Caser, abitante alla località "Al Gardelin" proseguirono per Caoria dove raggiunsero a notte inoltrata. Il mattino seguente alcuni cacciatori, colle indicazioni ricevute, si portarono in Regana a rilevare l'animale che era riuscito, benchè mortalmente ferito a trascinarsi a qualche distanza, spargendo sangue e parte degli intestini. Il Boso ed il "Vincenzot" furono obbligati a letto per diversi giorni: questi, il più offeso dall'orso, rimase storpio e gibboso e morì ai 14 di agosto 1867. Il Boso invece campò fino al 1888 e morì ottantenne.

Dot. Angelo Guadagnini in lettera ad Ambrosi F.p.29. D. St. F. in Stenna Trentina 1935 (da un ms. dell'epoca)

L'orso presente nel nostro museo.

I MASI

All'inizio del secondo millennio, gli estesi pascoli d'alta quota delle montagne trentine erano utilizzati solo da greggi di ovini e caprini, unici animali sopravvissuti alle razzie e dalle distruzioni barbariche. qualche secolo dopo, introdotti i bovini intorno al 1300, l'interesse socio-economico per gli alpeggi aumentò notevolmente e queste aree, sotratte alla foresta o piùspesso naturlamente modellate a larghe movenze oltre il limite della vegetazione, ospitarono numerose malghe del versante solatio del Lagorai o quei siti meno accidentati del gruppo di Cima d'Asta. Quasi tutti di pubblica proprietà e gestiti in forma collettiva secondo poche ma ordinate regole, questi beni pastorali garantivano alla comunità una delle primarie fonti di reddito, mantenendo nel contempo si l'unità patrimoniale, sia quella salvaguardia territoriale oggi tanto ricercata. Tutto questo giustifica l'attuale estensione territoriale di questi comuni che, come già accennato, confinano sia con Grigno, in Valsugana, e con Ziano e Predazzo, in Val di Fiemme. Per quanto concerne l'organizzazione strutturale la malga presenta un insieme di pascoli oltre che alcuni edifici adibiti a ricovero per il bestiame (barco) al soggiorno personale (casara) ed alla lavorazione di prodotti caseari (casera).

ALPEGGI

L'allevamento nelle vallate alpine e prealpine era tradizionalmente basato sullo spostamento stagionale del bestiame tra quote differenti, con lo scopo di sfruttare nel miglior modo possibile le risorse foraggere della montagna. L'alpeggio era al centro di un sistema basato su una continua mobilità: era l’animale ad essere portato al foraggio e non viceversa come avviene oggi. Nel periodo invernale il bestiame era mantenuto nel villaggio, ma per solo per pochi mesi, perché le scorte di foraggio erano limitate. Chi aveva mandrie "numerose" scendeva verso la pianura. Dalle vallate più interne all'Arco Alpino si scendeva sui fondovalle. Il periodo primaverile-autunnale veniva trascorso sui maggenghi, prati-pascoli di proprietà privata con piccole stalle-fienile. Qui il bestiame consumava il fieno e, in autunno pascolava i ricacci autunnali. Molto spesso vi era anche una suddivisione in maggenghi bassi e maggenghi alti. Solo se i villaggi erano siti a quote molto alte, alle testate delle alte vallate, avveniva il trasferimento diretto all’alpeggio e non esistevano maggenghi. In estate il bestiame dei tanti piccoli proprietari si radunava sui pascoli in quota degli alpeggi e formava una mandria unica sotto la guida dei pastori per un periodo di circa 3 mesi. In questop modo la maggior parte dei contadini-allevatori, affidato il proprio bestiame in mani sicure, poteva restare sui maggenghi e al villaggio a fare fieno e a svolgere altri lavori agricoli. L'alpeggio era il fulcro del sistema d'allevamento alpino. Solo in alpe , durante l'estate, si producevano formaggi di qualità, adatti alla vendita o alla conservazione, poiché si disponeva di grandi quantità di latte e le si affidava a casari esperti. Nel resto dell'anno il latte veniva utilizzato per consumo diretto, per i vitelli, per produrre formaggini e formaggette di pronto consumo. In alpe si portavano i tori per fecondare le bestie dei tanti piccoli allevatori che non potevano disporre di un toro fornendo loro un servizio sociale. Spesso, però, ogni famiglia saliva all'alpe singolarmente e gestiva il pascolo e la caseificazione in proprio. Il modelli di alpeggio non era quindi unico. Oggi molto cose sono cambiate; spesso la mandria di un singolo allevatore è sufficiente a completare il "carico" dell'alpeggio; inoltre è raro che si utilizzino i maggenghi perché sono spesso privi di strade e di stalle adeguate e si sale in alpe direttamente dalle stalle del fondovalle. Molto spesso le mucche restano a casa e si mandano in alpeggio solo le manze e le asciutte. In alcune regioni il latte prodotto in alpeggio viene trasportato a valle con autocisterne per essere lavorato in grandi caseifici. La riduzione dell'importanza dell'alpeggio comporta un maggior uso di mangimi e foraggi importati. Questi sistemi,  comportano largo uso di energia fossile e rischi di inquinamento in connessione con lo spargimento di quantità elevate di liquami su superfici di prati ed erbai molto ridotte rispetto al passato. Sulla base di queste considerazioni si è cercato negli ultimi anni di rilanciare l'alpeggio. Lo si sta facendo perché ci si rende conto di quale perdita significhi il suo abbandono. Mantenere l'alpeggio vitale significa offrire al turismo di montagna opportunità di praticare un turismo ricco di stimoli culturali, gastronomici, escursionistici, un turismo ecologico. Rilanciare l'alpeggio significa far coincidere i tempi di sviluppo e gli obiettivi dell'allevamento di montagna e del turismo. Non è cosa facilissima, ma richiede impegno. Sul fronte "interno" la componente allevatoriale deve rinunciare alle super-produzioni, alle razze adatte alla pianura per tornare ad allevare bestiame adatto alla montagna e al pascolo. Sfide complesse che richiedono politiche coerenti, tanto impegno e tanta passione per la montagna e gli animali.